Testimonianza della Cura Di Bella

È malato di tumore ma non ha i soldi per curarsi. Guarisce con metà terapia

di Gioia Locati
Amedeo Gelsomino, 33 anni, commuove il popolo di Facebook raccontando la storia del suo papà ammalatosi nel 2007. “Si è curato con il metodo Di Bella. Da un anno e mezzo però non abbiamo più i soldi per sostenere la terapia tutti i giorni. Eppure papà sta bene…”

Un doppio tumore ai reni, 9 centimetri al sinistro, 3 al destro. Più metastasi al fegato, ai polmoni, alle ossa, alla milza e sotto la corteccia cranica. La storia di Pietro Gelsomino, 55 anni, napoletano ha commosso il popolo di Facebook. Perché la racconta il figlio Amedeo che, cinque anni fa, al momento della tragica diagnosi, aveva 28 anni. Perché al Cardarelli di Napoli non sapevano come rivoltarlo quest’uomo ancora giovane, eppure sfiancato dal male. Perché è stato Amedeo a trovare su internet che l’adenocarcinoma renale metastatico si ferma con la cura Di Bella. Ma questa storia ha commosso anche perché la famiglia Gelsomino si è trovata senza più i soldi per sostenere la terapia e da un anno e mezzo “papà fa la cura saltuariamente, un giorno sì e uno no. Eppure il tumore si è fermato”. Eppure.

“Tutto comincia nel 2003 quando papà ha due coliche renali ravvicinate e violente. In ospedale l’ecografia conferma la presenza di un calcolo, ma i medici tranquillizzano: ‘Lo frantumeremo quando darà ulteriori problemi’. Nessun disturbo fino al 2007: terza colica, stessa trafila. Questa volta però l’esito catastrofico della tac ci spalanca l’anticamera dei condannati a morte: ricovero urgente, accertamenti immediati. Il medico di famiglia che scuote la testa, noi due figli che ci agitiamo come zombi prestati a un altro pianeta. Papà entra in ospedale alla fine di febbraio e ci resta per tre settimane”.

Lo operano?
“No. Dapprima i medici individuano le metastasi, poi si consultano: chemio prima o dopo? Intervento sì, no, forse. Prevale la soluzione del primario: togliamo il rene sinistro e iniziamo la chemio ma bisogna fare in fretta. Domando: “se non facciamo nulla che succede?” “Aspettativa di vita? Due o tre mesi e poi dovete imbottirlo di morfina”. Passo le notti su internet, mi addormento con il computer acceso, la testa sul braccio e il caffè che cola giù dalla scrivania. Trovo di tutto: il frate che cura i tumori con un impasto di miele e aloe, quello che mette il bicarbonato, il medico di Prato che applica un metodo canadese. Chiamo quest’ultimo ma i farmaci costano 4mila euro al mese e riattacco sconsolato”.

E poi?
“Telefono a tutti i medici che mi consigliano i conoscenti, da una città all’altra, le giornate mi passano addosso come strumenti di tortura, inizio a focalizzare il pensiero più terribile: come morirà papà? Io ci sarò in quel momento? Trovo su internet notizia di un medico americano che ha curato la moglie da un adenocarcinoma renale con il metodo Di Bella. Mi torna in mente il vecchietto che andava a Porta a Porta, quello che muoveva le folle. Cerco sul sito, leggo gli studi, contatto Giuseppe Di Bella. Ho il coraggio di rifiutare la proposta del primario del Cardarelli, l’intervento e la chemio. Nel settembre 2007 papà inizia la cura Di Bella, lo segue una dottoressa di Napoli. I risultati sono sorprendenti”.

Ossia?
“Ogni tre-quattro mesi si rimpiccioliscono le metastasi e le masse ai reni, progressivamente”.

Quanto vi è costata la terapia?
“Circa 700 euro al mese. La nonna ci dava 300 euro della sua pensione, tutti i parenti si tassavano dandoci 50 euro al mese, noi figli aggiungevamo il resto. Devo ringraziare la dottoressa Carmen Valese che più di una volta ci ha regalato lei la somatostatina…”

Ma è vero che il papà ha interrotto la cura un anno e mezzo fa?
“Morta la nonna non avevamo più il sostegno della sua pensione, papà ha iniziato a dilazionare i farmaci per farli durare più a lungo, in pratica segue la terapia per metà mese”.

Ma come vanno gli esami?
“C’è ancora una piccola massa sul rene sinistro, il tumore di 3 centimetri è sparito, le metastasi pure, certo se potesse continuare tutti i giorni…”.

Lei ora è così felice che appiccica post-it in giro.
“Sì. Ho stampato dei bigliettini azzurri e verdi con scritto che ‘dal cancro si può guarire’ e l’indirizzo di Di Bella, li lascio al supermercato, al centro commerciale, nei posti più frequentati. È come se mio papà fosse resuscitato. Su Facebook ho scritto: se fossi un politico importante cambierei le leggi, se fossi un medico curerei i malati ma sono solo un soldato semplice e racconto la storia del mio papà”.

Il Giornale 10 maggio 2012

Quel feeling speciale tra la Puglia e la cura Di Bella

Chi non ricorda la famosa cura Di Bella? Il metodo innovativo e rivoluzionario che sconvolse il mondo della medicina italiana alla fine degli Anni Novanta e che prometteva con una terapia a base di somatostatina, melatonina, retinoidi, Vitamina E e altri principi attivi di curare i tumori senza il ricorso alla tradizionale chemioterapia?

Se n’è discusso venerdì scorso a San Vito dei Normanni nel corso di un incontro dal titolo “Il metodo Di Bella tra casi clinici reali, diritto alla salute e libertà”, organizzato da Luca De Netto del Centro Studi ItaliaEuropa” a cui ha partecipato in qualità di relatore il dottor Michele Tondo, medico della Fondazione Di Bella.

Il mite professore modenese Luigi Di Bella divise fortemente non solo la comunità scientifica, ma anche l’opinione pubblica: un cialtrone in cerca di notorietà o un genio in lotta contro l’estabilishment accademico e le lobby delle multinazionali farmaceutiche? Paginate e paginate di giornali, decine di trasmissioni televisive (celebre una puntata storica di Porta a Porta) cercarono di scoprire la verità senza esito: troppe le opinioni in campo, e tra loro troppo divergenti.

Tuttavia, sotto la pressione dell’opinione pubblica che reclamava il diritto alla salute e alla libertà di cura, l’allora Ministro della Sanità Rosy Bindi nel 1998 dispose un anno di sperimentazione del metodo Di Bella su 384 pazienti. Dopo alcuni mesi il giudizio fu senza appello: totalmente inefficace. Un risultato che però fu duramente contestato dal medico modenese e dai suoi collaboratori che denunciarono una serie di gravi macchie procedurali che avrebbero alterato la terapia: i pazienti sottoposti alla sperimentazione si trovavano in una fase avanzata della malattia e il loro organismo era già fortemente debilitato dalla chemio; i medici del team Di Bella non erano stati minimamente coinvolti; non solo la ricetta originale non era stata rispettata ma addirittura alterata dalla presenza di acetone (per questo fu presentato un esposto alla magistratura con la consegna dei flaconi incriminati ai Nas).

I risultati del Ministero invece di placare gli animi, dunque, li surriscaldò ancora di più. Centinaia di ammalati, spesso disperati, chiesero di potersi sottoporre gratuitamente alla cura Di Bella ma il sistema sanitario nazionale non lo permetteva. Un appello accolto però dal pretore di Maglie Carlo Madaro che il 16 dicembre 1997 firmò un decreto con il quale obbligava l’Asl Lecce 2 a somministrare la somatostatina a un bambino di due anni affetto da un tumore al cervello. Da quel momento la Puglia divenne una sorta di terra promessa dei dibelliani e l’esempio di Madaro fu seguito dai pretori di Barletta (Bari), Cerignola (Foggia) e Oria (Brindisi). Dopo un anno di sperimentazione i risultati furono molto incoraggianti 40 su 78 pazienti erano ancora in vita. Dopo i decreti dei pretori intervenne anche la Regione che nel 1998 con una delibera autorizzò le Asl pugliesi a somministrare i farmaci della cura Di Bella. E due ospedali, il Fallacara di Triggiano (Bari) e l’Ospedale di Casarano, in provincia di Lecce, attivarono un centro per la loro somministrazione . Le richieste provenienti da tutta Italia furono talmente tante che il pretore Madaro fu costretto a lanciare un appello a non venire in Puglia se non residenti. Me col passare dei mesi le luci dei riflettori mediatici divennero sempre più flebili né la medicina ufficiale aveva alcun interesse a tenere alta l’attenzione. Un silenzio tombale è caduto su tutta la vicenda e ai più appare come un lontano ricordo.

Ma in tutti questi anni, i medici che si riconoscono nella cura Di Bella (in primis il figlio Giuseppe) hanno continuato a sperimentare, a migliorare la terapia, a tenere convegni, a curare. Un gruppo nato su Facebook a sostegno della terapia conta oltre 7mila 500 fan. Ma una sua credibilità scientifica il metodo Di Bella deve essersela pur guadagnata se è stato uno degli argomenti di cui si è discusso al quarto congresso mondiale di oncologia che si è svolto a Dalian, in Cina, dal 22 al 25 maggio, a cui erano presenti esponenti internazionali della ricerca sul cancro tra cui il Nobel Andrew Schally.

Giuseppe Di Bella è stato invitato a presiedere la seduta 4 della quinta sezione del congresso “Clinical Update on Combination Cancer Therapy (terapie antitumorali innovative e integrate). Nella relazione sono stati presentati i risultati ottenuti dallo studio osservazionale retrospettivo riguardante 122 casi di “carcinoma mammario”, 92 dei quali in cura presso studio medico della Fondazione. La sopravvivenza osservata a 5 anni dalla diagnosi (“5 years Survival Rate”) per tumori al IV stadio (metastatici) risulta del 50 per cento con Mdb rispetto al 19,9 per cento diffuso dal National Cancer Institute attraverso il progetto Seer relativo al periodo 1999-2006.

Per i pazienti unicamente trattati con il metodo Di Bella nella fase iniziale della malattia (primo o secondo stadio) il 100% avrebbe registrato – secondo i dati presentati al congresso – una risposta positiva (remissione).
Analogamente, il gruppo di pazienti (39) allo stadio iniziale che ha utilizzato il Mdb come terapia adiuvante (quindi dopo l’intervento operatorio, e a scopo preventivo di recidive) ha registrato il 94 per cento di remissioni (38 casi su 39). “L’unico caso di progressione – ha spiegato Giuseppe Di Bella – si è verificato in una paziente che, dopo due anni di cura, ha interrotto bruscamente, e di propria iniziativa, il trattamento terapeutico, vanificando i risultati fino a quel momento ottenuti ed esponendosi così alla ripresa della malattia”.

Le terapie tradizionali, che si basano principalmente sulla chemioterapia o l’intervento chirurgico, sarebbero poco efficaci (se non nei primi mesi) e troppo devastanti; peggiorerebbero significativamente la qualità della vita e colpirebbero oltre alle cellule malate anche quelle sane portando alla proliferazione di altre forme tumorali.

Secondo Giuseppe Di Bella, le differenze metodologiche e di approccio mentale alla malattia rispetto alla medicina ufficiale restano significative:

Da decenni ormai vengono solamente presentati “lavori” scientifici su nuovi farmaci (pochi) o diverse loro associazioni nei trattamenti, che suggeriscono potenziali miglioramenti terapeutici che si traducono sostanzialmente in un prolungamento della sopravvivenza solo di qualche mese.
Sembra addirittura che nell’inconscio collettivo del clinico, o del ricercatore, sia stata abbandonata per sempre l’idea di guarigione.
Mi sono reso pienamente conto di ciò allorquando ho presentato i nostri dati, e ho potuto verificare oltre al notevole interesse nella platea, anche lo sbalordimento di alcuni, quasi annichiliti.
Abbiamo fatto emergere l’assoluta rilevanza clinica e scientifica , il dato innovativo in oncologia, dei primi casi di tumori solidi scientificamente documentati, di guarigione completa e stabile ottenuta unicamente con il metodo Di Bella, senza alcun intervento chirurgico, chemioterapia o radioterapia.

Non essendo riconosciuta ufficialmente dal Ministero della Sanità i malati che intendono ricorrere alla cura Di Bella per ottenere gratuitamente i farmaci della terapia devono spesso iniziarla a proprie spese e poi, dopo alcuni mesi, certificando i miglioramenti del loro stato di salute, devono rivolgersi al giudice invocando l’art.32 della Costituzione che salvaguarda il diritto alla salute. “La Puglia, rispetto alle altre regioni italiane – spiega il dottor Michele Tondo di Maglie, collaboratore storico del dottor Di Bella – è la più disponibile a concedere gratuitamente i farmaci, tant’è molte persone da fuori chiedono la residenza”.

Gli ultimi riconoscimenti ottenuti dalla comunità scientifica internazionale sono passati nel silenzio più generale dei media e delle istituzioni. Eppure, proprio da lì bisognerebbe ripartire per riaffrontare in Italia con più serenità e consapevolezza il caso Di Bella. Nell’interesse dei cittadini e del diritto alla salute.

Fonte: 20centesimi del 19 dicembre 2011

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