Il fez e la kippah

Tre cinquantine di documenti sull’amicizia e la collaborazione ebraica, sionista e sionista revisionista con il fascismo italiano. Dopo il successo de “L’Asse Roma-Berlino-Tel Aviv”, un nuovo libro che raccoglie decine di documenti inediti: un’ampia e dettagliata raccolta di testi riservati, comunicazioni segrete, scambi epistolari, estratti di giornali degli anni ’20, ’30 e ’40 commentati, spiegati e collegati fra loro in base agli argomenti trattati. Il titolo non lascia spazio a dubbi: “Il fez e la kippah”.
Nello scorrere i testi – disposti in modo da favorire una agevole e gradevole lettura – si incontrano grandi personaggi che hanno fatto la storia del secolo scorso, tanto in Italia quanto nel Vicino Oriente: Mussolini, Ciano, Grandi, Weizmann, Ben Zvi, Jabotinsky e molti altri.
Sebbene – in base ai risultati del mainstream storiografico – possano apparire inconciliabili tra loro, le classi dirigenti fasciste, ebraiche e sioniste non mancheranno di ammirarsi, applaudirsi, cercando di relazionarsi fra loro e arrivando a costruire interessanti collaborazioni.
Parlare oggi di una “Base programmatica del fascismo palestinese, ebraico e mondiale” pare un ossimoro, in realtà – essendo presente fra le carte di Palazzo Chigi – è possibile trovarla riprodotta completamente nel libro. Del resto, lo stesso presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, vorrà affermare che l’Unione stessa non aveva “mai dimenticato i due scopi per cui era sorta: quello di operare per l’Ebraismo nel quadro degli ordinamenti e del Regime d’Italia, e quello di operare per l’Italia in seno all’Ebraismo”. Il “Regime d’Italia” che l’aveva istituita era, ovviamente, quello fascista.
Se ne “L’Asse Roma-Berlino-Tel Aviv” si era spiegato come il nucleo della marina israeliana fosse nato nell’Italia fascista, ne “Il fez e la kippah” si incontrerà addirittura una polemica lanciata da alcuni giornali arabi a causa del forte aiuto del regime all’immigrazione ebraica in Palestina e allo sventolio della “bandiera sionista sui piroscafi italiani”. Secondo quanto riferito da uno dei documenti, il Console italiano a Gerusalemme faceva notare a Roma che una parte degli ebrei vedeva nel nuovo stato costiero il Piemonte della futura “Grande Israele” e non mancava chi definiva questo primo passo, come la prima tappa di un programma da “Cavour a Mussolini”.
Si incontrerà, tra i molti estratti stampa, un giornale ebraico che fa l’elogio dell’obbligo del saluto romano dicendo che “questo provvedimento oltre ad essere dettato da ovvie ragioni politiche, è ispirato pure e provvide ragioni igieniche”.
Non apparirà a questo punto fuori luogo un testo in cui un dirigente sionista del calibro di Victor Jacobson affermava “l’identità del movimento sionista con certi aspetti del fascismo: l’entusiasmo dei giovani, il fuoco sacro che li anima e che li spinge a sacrificarsi per il bene della Patria”.
Essendo il libro strutturato come una raccolta commentata risulta particolarmente facile approcciare i documenti ed inquadrarli nel loro contesto. Alla fine della lettura è difficile non notare quanto larghissima parte della storia “ufficiale” abbia sottovalutato questi aspetti fondamentali per la comprensione tanto del ‘900 quanto dell’attualità.
Il libro è pubblicato dalle “Edizioni all’insegna del Veltro”.

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