La Fao invita a cibarsi di insetti. Loro “mangiano” i soldi per gli affamati


 La Food and Agriculture Organization (o Fao), l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura
, nei giorni scorsi ha rilasciato uno studio condotto in collaborazione con l’Università di Wageningen, nei Paesi Bassi, dove si invita la popolazione del pianeta (e in particolare i Paesi occidentali) ad allevare insetti ed inserirli nelle proprie diete alimentari.

Tale raccomandazione, resa nota in concomitanza con l’apertura della Conferenza internazionale su Le foreste per la sicurezza alimentare e la nutrizione, chiusasi ieri a Romanon è una novità, già nel 2008 la Fao aveva lanciato il tema attraverso un seminario di studi tenutosi in Thailandia dedicato al consumo di insetti al posto della carne per ragioni ecologiche ed economiche. Il quotidiano francese Le Figaro ne ha ripreso il tema in un articolo dello scorso 20 gennaio, dopo che l’organizzazione ne ha rilanciato l’idea durante il congresso della Royal Entomological Society inglese.

Più recentemente il rapporto Fao sottolinea che l’approccio alimentare sarebbe solo una questione di abitudine e non di civiltà o cultura; gli insetti sono già alla base dell’alimentazione di circa due miliardi di persone in 90 Paesi, che «vivono rispettando le culture ancestrali delle loro terre». E’ vero che presso alcune aree povere di alimenti, di spazi coltivabili e poco urbanizzate in Africa, Asia o Sud America, l’alimentazione a base di insetti sia praticata da talune popolazioni; quel che però la Fao omette di dire è che tale “rispetto” molto spesso è conseguente ad una determinata situazione ambientale estrema (siccità, zone desertiche, foreste e giungle tropicali) e/o da un retaggio adattivo e culturale antropologico, sviluppato quasi sempre sul piano religioso o superstizioso, o quale atteggiamento di mera sopravvivenza in assenza di altre fonti d’alimentazione.

Il ragionamento dello studio risulta quantomeno bislacco ed illogico, anziché chiedere la fine dei sussidi all’agricoltura, favorendo in tali zone gli scambi commerciali di libero mercato per indirizzare senza aiuti, dazi o quote le eccedenze alimentari prodotte in Occidente, favorendo le tecniche di irrigazione e coltivazioni tali da incrementare la produttività di alimenti in loco nei Paesi sofferenti di carestie, si propone all’Occidente (il quale peraltro non dispone di una diffusa presenza d’insetti né di una simile tradizione culinaria) di imitare i Paesi in via di sviluppo o del terzo mondo, riportando le lancette del suo sviluppo civile allo stadio dell’alba dell’uomo, prima del Neolitico.

Alla base di tali bislacche proposte progressiste (a quando l’elogio dell’antropofagia?) vi sarebbero varie fallacie ideologiche di matrice eco-ambientaliste verdi ricorrenti: il malthusiano legame tra il limite delle risorse alimentari disponibili in rapporto all’incremento demografico, il problema “dell’inquinamento agricolo” e la sua correlata produzione di CO2 in atmosfera in rapporto al fittizio “riscaldamento climatico antropogenico”, la necessità di favorire un rimboschimento del pianeta a danno delle aree destinate all’agricoltura, l’esito finale del culto del cibo “biologico” a chilometro zero, ed ovviamente una buona dose di ipocrisia rousseuiana terzomondista nell’interpretare come segno di “etica e virtù” l’indigenza e la povertà alimentare presente presso popolazioni prive di uno sviluppo occidentale e capitalistico per ragioni endemiche ambientali, socio-culturali o geopolitiche non sempre su base consapevole o volontaria.

Sicché anziché valutare negativamente il deficit e le carenze di varietà alimentare presente presso le popolazioni entomofaghe dell’emisfero australe, ora la Fao ne esalta ipocritamente e positivamente tale condizione, prendendoli addirittura come “il modello” per il pianeta di domani, con tanto di statistiche e schede alimentari caloriche dettagliate.

Sono un milione le specie conosciute di insetti e rappresentano più della metà di tutti gli organismi viventi classificati sul pianeta. Nel mondo sono già oltre 1900 le specie di insetti di cui si cibano gli esseri umani, a livello globale i più consumati sono: coleotteri (31%); bruchi (18%), api, vespe e formiche (14%); cavallette, locuste e grilli (13%). Molti sono ricchi di proteine e grassi buoni, di calcio, ferro e zinco; tant’è che in maniera burocratica ed esplicita se ne consiglia il consumo rispetto “all’inquinante ed ipocalorica” carne animale; una bistecca di 100 g contiene 6 mg di ferro, mentre il contenuto di ferro delle locuste oscilla tra gli 8 e i 20 mg per 100 g a seconda della specie e del tipo di alimento di cui si nutrono.

La tecnocratica agenda entomofaga degli esperti della Fao, è tesa ad elogiare e ad avanzare impliciti futuri regimi alimentari e di produzione con gli insetti, raccomandandone un uso più ampio come mangime per il bestiame. «Gli insetti possono integrare mangimi tradizionali come soia, mais, cereali e farine di pesce», si legge ancora nel rapporto; poiché sono a sangue freddo, gli insetti non usano energia da alimenti per mantenere la temperatura corporea. In media, gli insetti usano solo 2 kg di mangime per produrre un chilo di carne. I bovini invece, richiedono 8 kg di foraggio per produrre 1 kg di carne. «Arriverà un giorno in cui coloro che mangiano gli insetti saranno più numerosi di quelli che mangiano carne», ha previsto l’entomologo Arnold van Huis, durante una recente conferenza in Olanda.

Gli insetti sono portati in tripudio poiché producono molte meno emissioni biologiche di metano, ammoniaca, gas serra, “contaminando l’ambiente” meno rispetto ad altri esseri viventi. Infatti, gli insetti possono anche essere utilizzati per scomporre i rifiuti aiutando i processi di compostaggio che forniscono nutrienti al suolo, facendo diminuire al tempo stesso i cattivi odori. Tuttavia, la legislazione nella maggior parte dei Paesi industrializzati vieta di alimentare gli animali con rifiuti e liquami, anche se questo è in realtà il materiale di cui normalmente si nutrono gli insetti. A fronte del ciclo alimentare di decomposizione operato dagli insetti, non è chiaro in quale fase essi entrerebbero nelle pentole e nei piatti delle cucine domestiche, dei ristoranti e pizzerie.

Gli insetti sono «un cibo economico, ecologico, fonte abbondante di proteine e minerali», dice Eva Ursula Muller, direttrice del Dipartimento politiche economiche forestali della Fao e co-autrice di Insetti commestibili: prospettive future per la sicurezza alimentare e per il foraggio animale. «Non stiamo dicendo che le persone dovrebbero da domani cominciare a mangiare insetti, quello che lo studio cerca di dire è che gli insetti sono una delle risorse fornite dalle foreste ancora non sfruttate per il loro potenziale come cibo umano, e soprattutto animale».

Eppure, secondo quanto dichiarato dall’attuale direttore generale della Fao, il brasiliano José Graziano da Silva (nella foto a sinistra), alla Conferenza internazionale sulle foreste per la sicurezza alimentare e la nutrizione, l’ecosistema degli invertebrati è un patrimonio naturale che dovrebbe essere «meglio integrato con le politiche di sicurezza alimentare ed uso del suolo». L’ampliamento degli standard e regolamenti sulla sicurezza igienico-sanitaria sono una delle proposte rese note dalla Fao su 900 specie di insetti commestibili, al fine di includerli, assieme ai prodotti a base di insetti, quali futuri prodotti commerciali, prevedendo norme di controllo della qualità lungo la catena di produzione per creare la fiducia dei consumatori in alimenti e mangimi contenenti o derivanti da insetti.

Tant’è che in realtà, i relatori dell’assai discutibile proposta, invitano alla raccolta di insetti e al loro allevamento ad uso alimentare umano ed animale, il quale a loro dire, genererebbe crescita economica e offrirebbe un aumento di occupazione e reddito a livello familiare, ma potenzialmente anche a livello commerciale. Come poter rinunciare a un piatto di lombrichi e coleotteri anziché un piatto di spaghetti al ragù di carne?!.

Ad oggi l’insettofilia alimentare è reputata solo una disgustosa moda alternativa. In Italia non trova consensi e in Occidente è un fenomeno esiguo praticato solo da qualche gruppo eco-ambientalista radicale a scopo dimostrativo, o presso qualche eco-ristorante esclusivo negli Stati Uniti. Esistono tuttavia dei siti web di aziende che commercializzano prodotti alimentari a base di insetti. L’ingleseEdible vende gadget gastronomici, più che una seria proposta alimentare, tra i quali sacchetti di vermi grigliati, scatoline di bon bon al cioccolato con un cuore di formica gigante, tarantole precotte al forno  e lecca-lecca agli scorpioni. Sul sito Insectes comestibles di Romain Fessard, vengono commercializzati prodotti acquistati all’estero, soprattutto in Thailandia. Il negozio online offre cioccolatini farciti di insetti, snack di grilli e vermi alla griglia aromatizzati (bacon, salsa agrodolce, al sapore messicano,…). Diversificando la propria offerta, la neonata società spera di raggiungere un pubblico più vasto. Con l’obiettivo di aprire un primo negozio a Parigi.

Ispirata da un cuoco della cittadina francese di Lorient che nel suo menù offre una pizza con i vermi e dal libro libro Delicieux Insectes di Bruno Comby (sul suo sito si trovano svariate ricette), l’associazione Worgamic ha pensato di aprire un ristorante insetti per promuoverne il consumo, ma uno studio preliminare tra i sostenitori ne ha però rapidamente smorzato gli entusiasmi.  «Anche tra il nostro pubblico, di natura curiosa, giovane, urbano e sensibile ai temi ecologici, meno del 20% si è detto disponibile a frequentarlo», dice Alexis Angot, responsabile del settore alimentare dell’associazione. «E altri avrebbero voluto essere pagati  per venire a mangiare». Il progetto è stato abbandonato. «Ma abbiamo deciso di lavorare sul concetto di trasformazione: hamburger di larve, surimi di cavallette. Vogliamo nascondere alla vista l’insetto per facilitarne l’ingresso nella dieta quotidiana».

Nei Paesi Bassi, uno dei pochi Paesi europei dove ci sono allevamenti di insetti commestibili (soprattutto cavallette e grilli), l’azienda di prodotti alimentari biologici Bugs vende barrette proteiche, cercando di minimizzare esteticamente la composizione del suo cibo. Questa strategia di occulta diffusione di tali prodotti potrebbero però un domani configurarsi come strategia contraria alla trasparenza e alla consapevolezza dei consumatori, nelle loro scelte d’acquisto,  sull’origine e contenuto del prodotto venduto.

Bisogna sottolineare che a fronte di tali campagne alimentari degne dei disneyani Timon & Pumbaa, il numero di persone che nel mondo soffrono per fame è andato di anno in anno aumentando (un miliardo di persone nel 2009), questo benché la Fao, con sede a Roma nel 2009 disponesse di un bilancio di 784 milioni di euro, dei quali solo una novantina sono stati effettivamente investiti in progetti contro la fame nel mondo.

La Fao spende un milione di dollari al giorno e li spende assai male. Come riporta Imola Oggi, citando precedenti inchieste de Il Giornale e di Libero, una commissione di economisti guidata da Leif Christoffersen e voluta dalla stessa Onu, ha accertato che almeno la metà di questi soldi, cioé un milione di dollari ogni due giorni, è spesa per mantenere la sua struttura burocratica elefantica. «In molti uffici i costi amministrativi sono superiori ai costi del programma» dice la commissione. In un altro articolo de Il Giornale, Emanuela Fontana ha spiegato che la parola ‘food/cibo’, compare solo tre volte nel bilancio, per un totale di 90 milioni di euro su 784; 200 milioni di euro se ne vanno solo per le spese necessarie a “riunire” i dipendenti, e 27 milioni di dollari sono spesi ogni giorno per mantenere le strutture. Inoltre nel bilancio delle sue spese compaiono le voci Amministrazione e strutture, Politiche direttive ed Emolumenti, che da sole si mangiano quasi due terzi del budget; alla cooperazione sul campo restano solo le briciole.

I fondi anti-povertà si perdono in mille sprechi, sono gli stessi Paesi bisognosi che devono pagare, in una sorta di “tragica redistribuzione di oneri”. La Fao finanzia solo l’avvio del progetto per poi lasciare l’onere ad un altro Paese del terzo mondo meno in crisi di quello su cui si sta intervenendo, ma a sua volta beneficiario delle campagne di donazione. Fra gli Stati “assistiti” figurano anche i 33 membri del Sids, i “Microstati isolani in via di sviluppo”, tra cui, Bahamas, Maldive, Seychelles, Barbados, Mauritius, Fiji, e l’emirato del Bahrein. Peccato che in quei paradisi fiscali ed ambientali, oltre a non esserci la fame non c’è neppure l’agricoltura da dover sviluppare.

Peraltro l’agenzia “in prima linea nella lotta contro la fame” non è la Fao, la cui missione è solo quella di informare sui bisogni della popolazione, ma è il Programma alimentare mondiale (o World Food Program), situato sempre nella capitale italiana in via Viola. Esso dispone del doppio dei dipendenti Fao (15000 contro 4000, di cui 1500 solo a Roma), e di un budget annuale di 5 miliardi di dollari, ed alimenta 73 milioni di persone in 78 Paesi. Ma il Wfp non è l’unico clone della burocrazia Onu sul tema alimentare, anche in campo agricolo esiste un’agenzia specializzata dell’Onu, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura (International Fund for Agricultural Development o Ifad), con budget di 435,7 milioni di dollari, che raccoglie fondi per i contadini denutriti ed ha un bilancio pari a un terzo di quello della Fao, e la sua sede è sempre a Roma in via Del Serafico.

Il totale del budget dell’Onu impegnato per risolvere il problema della fame nel mondo è di circa 10 miliardi di dollari all’anno, ma come abbiamo riportato tale cifra è teorica, in quanto la maggior parte del denaro viene dirottato in altre spese e in sprechi. Migliaia di funzionari dell’agenzia continuano a condurre una vita da nababbi, coccolati in una babele di sprechi e privilegi a spese dei Paesi donatori e di quello ospitante, cui spetta il conto della logistica: l’Italia.

Casse di champagne, capi firmati e profumi costosi si trovano nei sotterranei del quartier generale Fao alle Terme di Caracalla, un mastodontico complesso di epoca fascista ceduto dallo Stato italiano per la cifra simbolica di un dollaro da pagarsi con annualità anticipate. Sono solo una parte dei prodotti offerti a prezzi super-politici ai 400 dirigenti, nel market “Commissary” situato al livello -1. La “Casa Gazette” è zeppa di annunci merceologici col marchio ‘Diplomat sales’ o ‘Trattamenti speciali Fao’. Lo spaccio Fao, in virtù dell’extraterritorialità giuridica, sarebbe riservato solo ai diplomatici, ma di fatto è usato da molta altra gente, ad esempio i 2500 impiegati possono accedere alla boutique al piano terra (con sconti del -40% ) e perfino fare il pieno di carburante, grazie a un distributore interno con benzina sottocosto priva di accise.

Nella sede Fao è presente anche una banca, un presidio medico con ambulanza, e in virtù dei passaporti diplomatici, i dipendenti Fao possono acquistare le auto più prestigiose dai concessionari romani col -40% di sconto e assicurarle per un tozzo di pane. Sono immuni dalle multe e godono di un regime senza IVA anche su arredi e beni di consumo. La Fao detiene anche un altro poco invidiabile record, è infatti prima tra i mancati pagatori della tassa sui rifiuti al Comune di Roma per la somma di 5 milioni e 337 mila euro (al netto delle sanzioni).

Grazie all’accordo del 31 ottobre 1950 firmato a Washington e recepito dall’Italia il 9 gennaio del 1951, secondo l’articolo 13, ai funzionari è riconosciuta l’immunità diplomatica, il che equipara l’esenzione fiscale dei funzionari a quella dei diplomatici d’ambasciata in tempi di guerra. Una nota interpretativa dell’allora ministro Giulio Andreotti estese nel 1986 i privilegi pure agli italiani in servizio alla Fao.

Tale status diplomatico Fao, ha prodotto situazioni di palese tentata truffa da parte di suoi dipendenti. E’ infatti capitato che un suo funzionario presa in affitto una villa a Castelgandolfo, fu colpito da ingiunzione di pagamento essendo evidentemente in ritardo nel corrispondere l’affitto. A fronte di ciò oppose il suo status di diplomatico, rivendicando l’immunità e quindi la non competenza del giudice italiano a procedere nel giudizio. La Corte di Cassazione, con sentenza del 1 giugno 2006, ha però sentenziato che il non pagare l’affitto di una villa non rientra tra le attività diplomatiche e quindi niente immunità e niente sconto.

Nel 1994 l’allora direttore Fao, il senegalese Jacques Diouf, lanciò la “grande riforma” per ridurre i mostruosi costi dei dipendenti. Un esercito di consulenti, collaboratori, personale a contratto ed associato, diviso tra infiniti comitati, sezioni e sottosezioni, con quote fisse riservate senza merito agli originari di culture dalla scarsa produttività. Ciò che non cala mai sono gli stipendi. Un archivista di basso livello (P1) guadagna come il manager di una media azienda. Coordinatori P3 e Senior commodity specialist sopra i 100 mila euro. Nel 2007 Diouf ha rilanciato l’inefficace riforma con le stesse parole di 13 anni prima, creando la paradossale figura del controllore dei controllori.

Ai figli dei dipendenti l’agenzia paga collegi per super-ricchi da 12 mila euro l’anno a un passo dal Colosseo. Ad esempio sulle rette di frequenza del collegio St. Stephen’s di via Aventina, la Fao rimborsava il 75% della retta. Il collegio è un campus di tre acri in stile americano, con campi da tennis, spazi per danza e pattinaggio su ghiaccio, art studios e mediacenter. I saggi finali consistono in viaggi pagati al Carnevale di Viareggio.

La Fao Coop, inoltre, organizza per i dipendenti più di 50 corsi, dal tango allo yoga, dalla dama al golf, mettendo a disposizione due palestre interne e corsi di teatro insegnanti il metodo Feldenkrais. Per i delegati dei Paesi poveri il World Food Summit nella città eterna è una vacanza pagata in hotel 5 stelle, con tanto di suite reale all’Hotel Parco dei Principi, dove dispongono dello stretto necessario: salone privato da 200 mq, 2 cucine autonome per pranzi luculliani (non certo a base di formiche, farfalle e millepiedi!), idromassaggio e bagno turco computerizzati, tigri in bronzo in scala reale, lampadari d’oro e stoviglie d’argento.

I lavori dentro le sedi romane della Fao non finiscono mai. Pareti, pavimenti, mense, negozi, sale conferenza, sistemi elettrici, strumenti informatici e video sono in perenne rifacimento (gli appalti se li aggiudicano le solite aziende amiche), mentre al suo interno esiste un dipartimento per studiare postazioni ergonomiche più comode per i suoi dipendenti.

Tra gli ex dipendenti Fao, vi è anche l’attuale Presidente della Camera, Laura Boldrini, la quale nella sua vita lavorativa, dal 1989 al 1993 si è occupata di curare la comunicazione di tale organizzazione, dal 1993 al 1998 ha lavorato presso il Wfp sempre a Roma, e dal 1998 al 2012 presso l’UNHCR (Alto Commissariato per i Rifugiati), beneficiando potenzialmente, in quanto funzionaria, di molti dei trattamenti, benefit e privilegi riservati.

La Fao non è comunque la sola agenzia Onu a disattendere alle sue funzioni sprecando il denaro stanziato per progetti umanitari, il mese scorso il Canada ha lasciato la Convenzione delle Nazioni Unite sulla lotta alla desertificazione (UNCCD) dopo averla accusata di non utilizzare adeguatamente i fondi inviati, diventando così il primo e unico Paese al di fuori dell’accordo. Stephen Harper, primo ministro conservatore canadese, ha infatti comunicato che «meno del 18-20% dei fondi che inviamo viene effettivamente speso in programmazione, mentre il restante viene destinato a varie misure burocratiche, non è un metodo efficace di spendere il denaro dei contribuenti».

Infine non bisogna dimenticare che Kojo Annan, il figlio dell’ex segretario Onu Kofi Annan, era sul libro paga delle società che lui e suo padre avrebbero dovuto controllare nell’ambito del programma iracheno Oil for Food. La famiglia Annan è diventata miliardaria grazie ad una delle più colossali truffe della storia perpetrate tramite il programma Oil for Food di cui dovevano essere i controllori, ma in realtà ne erano gli azionisti occulti.

Come l’ex presidente del Senegal Abdoulaye Wade ha correttamente rilevato, la Fao «deve essere abolita». Per il semplice motivo che è uno scandalo, ed è uno degli esempi made in Onu, di come non si deve fare cooperazione. Se la Fao non esistesse, ogni anno 1.188.493 persone eviterebbero la morte per fame. Tanti sono infatti gli individui che potrebbero campare, con almeno 1 dollaro al giorno per 12 mesi, nel caso in cui i 502,8 milioni del budget annuale della Food and Agricolture Organization andassero ai bisognosi, invece che alimentare questo inutile ente mondiale. Moltiplicato per i suoi 68 anni di esistenza, gli individui sulla coscienza della Fao sono 80.817.524.

Quindi anche la fame nel mondo è un business per i “funzionari della cooperazione Onu”, i quali ora propongono quale ricetta per risolvere il problema il mangiare insetti; dato che i soldi destinati a sfamare gli affamati evidentemente se li vogliono “mangiare” ancora loro.

http://www.lindipendenza.com/fao-insetti-soldi-sprechi/

Segnalato dal “Centro studi Federici”
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